LA FOCA MONACA
di Marina Pulcini
Foto di Carlo Ravenna
Un’altra
possibile spiegazione del mito delle sirene (anche se è
facile pensare che un mito possa avere origine da più eventi
differenti) è rappresentato dalla foca monaca (Monachus
monachus).
Presso gli antichi greci, la foca monaca era sacra al dio del
sole Apollo, nonché creatura amata dal dio del mare Poseidone.
Ampiamente diffusa in tutto il Mediterraneo, era ben conosciuta
anche dai romani che le attribuivano natura umana chiamandola
“Vecchio di mare”.
La Foca monaca del Mediterraneo, il cui nome deriva dal colore
del mantello, simile al colore del saio dei monaci, è una
delle specie maggiormente minacciate d'estinzione al mondo.
Fino agli anni ‘70 in Italia era presente in Sardegna, nelle
isole Tremiti e all’isola d’Elba. Accusata dai pescatori
di rubare pesce dalle reti causando danni alle stesse è
stata barbaramente uccisa per decenni persino con la dinamite.
Data il suo scarso tasso riproduttivo (ogni due anni un cucciolo
dopo il quinto anno di età) e data l’altissima mortalità
infantile dovuta alla stagione delle nascite (agosto-novembre
quando spesso le grotte dove nascono i cuccioli si allagano e
le onde trascinano i piccoli incapaci di nuotare per i primi quattro
mesi), la sua sopravvivenza è legata solo all’opportuno
ed efficace intervento dell’essere umano per la sua protezione
e conservazione.
Le stime della popolazione superstite indicano oggi un numero
complessivo di circa 400 o 500 individui, distribuiti in piccoli
nuclei sparsi principalmente tra le Isole Greche, le coste mediterranee
della Turchia e un breve tratto di costa atlantica compreso tra
il Marocco e la Mauritania. Stranamente queste valutazioni, confermate
nella Conferenza di Montecarlo del gennaio 1998, sono identiche
a quelle formulate più di vent'anni fa durante la Prima
Conferenza Internazionale sulla Foca Monaca tenuta a Rodi nel
maggio 1978. I ricercatori allora consideravano molto probabile,
se non addirittura certa, l'estinzione della foca monaca entro
la fine del secondo millennio. Fortunatamente si sbagliavano:
infatti, la Foca monaca ha salutato l'arrivo del 2000, e questo
non certo grazie agli sforzi attuati per proteggerla, ma grazie
soprattutto alla sua capacità di continuare a sopravvivere
e riprodursi, tenendosi nascosta agli sguardi dei pescatori, dei
turisti e spesso anche dei ricercatori.
Non è certamente intenzione di Marevivo di negare la drammatica
situazione in cui versa oggi la specie: ciò che si desidera
rilevare è che in tutti questi anni non si é ancora
riusciti a conoscere veramente questo animale, tanto che le sue
abitudini di vita sono ancora in gran parte avvolte dal mistero,
e ogni sua fugace apparizione suscita stupore e meraviglia.
Tutti gli esperti concordano nel dire che la popolazione di foche
monache esistente nel Mediterraneo alla fine degli anni Settanta
era ampiamente sottostimata: è quindi lecito sperare ancora
oggi nell'esistenza di nuclei vitali che sfuggano all'appello
dei ricercatori, anche perché i metodi di ricerca utilizzati
oggi per la Foca monaca sono, in pratica, gli stessi di vent'anni
fa. Le poche indagini scientifiche svolte recentemente in Mauritania,
in Grecia e in Turchia, hanno fornito informazioni che smentiscono
alcune delle convinzioni generalmente riportate in letteratura.
La foca monaca non frequenta esclusivamente i bassi fondali in
prossimità della costa, come molti in passato ritenevano,
ma compie spostamenti giornalieri di alcune decine di chilometri,
ed è stato dimostrato che raggiunge con estrema facilità
i novanta m di profondità.
Probabilmente le foche non vivono costantemente in prossimità
della costa, ma trascorrono alcuni periodi dell'anno in alto mare.
Inoltre questi animali possono essere più o meno diffidenti
in funzione dell'età, del sesso, del periodo dell'anno
e, infine, anche del carattere individuale. Va poi detto che in
tutto il Mediterraneo, così come anche in Italia, esistono
ampi tratti di costa frequentati dall'uomo solo nel periodo estivo,
e altri ancora in pratica indisturbati.
La foca monaca inoltre è una straordinaria nuotatrice.
Per nuotare utilizza gli arti posteriori, che muove lateralmente,
e gli anteriori per manovrare. Agile ed aggraziata in acqua, ha
una pessima mobilità a terra al contrario delle otarie
che utilizzano le pinne anteriore come propulsore in acqua e una
volta a terra si sollevano sui quattro arti, diventando più
agili della monaca che invece utilizza solo il ventre.
Solo creando aree protette e controllate si può sperare
di riottenere i successi che sono stati raggiunti con la specie
hawaiana. Ciò impedirebbe la scomparsa della specie dal
Mediterraneo.
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