LE RETI FANTASMA
di Alfonso Perri
Foto di Carlo Ravenna
“La possibilità di trovare un anemone è un
diritto inalienabile come la libertà di parola”.
Aldo Leopold
Il Mediterraneo sembra proprio non aver pace. La continua azione
dell’uomo ne logora costantemente la capacità di
reazione e rigenerazione. Alle ormai note cause di degrado, dall’inquinamento
alla cementificazione delle coste, dalla pesca irrazionale all’erosione
costiera, oggi se ne aggiungono altre più subdole ed invisibili,
ma non meno devastanti.
Migliaia di metri quadrati di reti da pesca abbandonate sono disseminate
in aree sempre più vaste dei fondali, provocando una crescente
forma di desertificazione degli ecosistemi marini.
Questo triste spettacolo si è presentato agli occhi dei
subacquei di Marevivo che, nel corso della campagna internazionale
“con gli occhi di Ulisse: il Mediterraneo di ieri e di oggi
con gli occhi di Ulisse” condotta dall’Associazione
la scorsa estate, si sono immersi più volte per svolgere
osservazioni e per effettuare campionamenti: dal Circeo all’isola
di Favignana non è stato difficile incontrare lembi e resti
di reti con spesso intrappolati pesci ed altri organismi marini
come quella individuata a Salina, nello sperone di Tramontana
della secca del Capo dove, tra una profondità compresa
fra i 23 ed i 52 metri, una parete strapiombante è totalmente
ricoperta da una rete a circuizione. Quest’ultima situazione,
di forte impatto ambientale per l’ecosistema marino, sarà
oggetto di un complesso ed articolato intervento di recupero al
quale la Divisione subacquea di Marevivo sta già lavorando
e che verrà effettuato entro questa estate.
Il fenomeno non è certo recente. In secoli di storia marinara
le reti abbandonate dai pescatori hanno trovato dimora un po’
dappertutto. La differenza sta oggi nella crescita delle flotte
di pescherecci e nell’uso di tecniche di pescaggio sempre
più aggressive.
Raramente il fenomeno, pur segnalato, suscita interesse e mai
provoca interventi significativi da parte delle autorità
marittime. Solo sporadiche segnalazioni giungono dal mondo della
subacquea, che costantemente perlustra ogni angolo più
nascosto degli abissi marini.
Ma quale delusione quando al posto di colorate pareti di gorgonie
rosse e gialle o di variopinte paramuricee, il sub si trova di
fronte alla desolazione di secche completamente avvolte dalle
lugubri maglie di una impietosa rete a strascico od a circuizione,
che l’insensibilità umana ha lasciato a perseverare
nella sua mortale funzione.
E lo scempio si presenta agli occhi del sub in tutta la sua devastante
portata. L’intera superficie di una parete, un tempo animata
dal pulsare di esseri viventi, che convivono all’insegna
della più straordinaria biodiversità, si trasforma
in un’arida superficie rocciosa, sulla quale solo sporadiche
tracce scheletriche, testimoniano la presenza, un tempo, di alghe
unicellulari o pluricellulari, se non addirittura di piante superiori,
prezioso alimento per gli abitanti, o ancor piu’ indispensabili
generatrici di ossigeno.
Per non parlare poi delle specie ittiche un tempo legittime utilizzatrici
di quell’angolo di natura, ormai costrette a migrare in
altri siti bentonici per assenza di preziosi elementi di nutrimento.
Ma cosa ancor più grave è che le reti abbandonate
sono "vive" e continuano a svolgere la propria funzione
di sterminatori, intrappolando gli incauti curiosi invogliati
all’avvicinamento dal miraggio di carpire un facile boccone.
Non di rado infatti tra le maglie delle reti si trovano agonizzanti
saraghi o altri pesci, dai cui occhi traspare tutta la disperazione
per la libertà perduta.
Per anni le battaglie condotte dalle associazioni ambientaliste
si sono soffermate sui più noti fenomeni di inquinamento
ed erosione delle coste quali la crescente concentrazione delle
popolazioni costiere e la sfrenata industrializzazione.
Eppure anche fenomeni come la pesca indiscriminata e senza regole,
ed il perpetuarsi dell’abbandono delle reti senza nessun
impegno ad una campagna di recupero e di bonifica delle aree interessate,
costituisce ulteriore motivo di degrado ambientale.
Certo le perturbazioni che continuamente arrivano dall’esterno
non fanno che stimolare la capacità reattiva del sistema,
fino anche al superamento della stessa capacità di reazione.
Ma ciò non può che comportare un grave sconvolgimento
ed una decadenza progressiva fino alla scomparsa dell’ecosistema
stesso.
E se da un lato l’eccessivo impatto antropico sia urbano
che industriale ha già desertificato vasti tratti di fondale,
i danni prodotti anche dalle reti abbandonate non possono che
accentuare il divario che ancora esiste tra voglia di tutela ambientale
e reale possibilità di attuare una politica di sviluppo
sostenibile.
I mezzi per intervenire ci sono, e lo hanno dimostrato i volontari
subacquei che in numerose occasioni si sono prestati ad attuare
interventi di recupero delle reti con la sola forza della volontà
di riuscire nell’impresa, permettendo alle aree oggetto
degli interventi di rinascere e ripopolarsi.
Interventi di recupero da attivare a profondità proibitive
per la subacquea ricreativa, comportano l’impegno di subacquei
tecnicamente preparati, psicologicamente motivati e l’apporto
di mezzi di superficie adatti a prestare l’assistenza necessaria.
Un esempio: una campagna di recupero condotta alcuni anni fa da
Marevivo sulla Secca di Mezzo Canale (Argentario), ha impegnato
cinquanta sub divisi in squadre di dieci, nonché l’utilizzo
di oltre 30 palloni di sollevamento con una capacità di
spinta dai 100 ai 1000 chilogrammi, ma soprattutto l’ausilio
di mezzi navali di appoggio dotati di appositi argani per il recupero
delle reti asportate dal fondo.
Un’azione di volontariato che ha registrato un completo
successo a dimostrazione che anche i subacquei non professionisti
possono dare un concreto contributo per la tutela dell’ambiente.
Educare la gente al rispetto del mare ed insegnare l’informazione
indispensabile per mantenerlo vivo e vivibile presuppongono iniziative
per combattere l’analfabetismo marino e comprendere fino
in fondo un valore profondamente etico per le nostre generazioni
e per quelle future: distruggere o lasciare morire il mare significa
distruggere l’uomo e tutte le altre specie organiche ed
inorganiche.
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