Quale futuro
dopo Johannesburg?
Editoriale di Luigi Cavalchini, disegni di Max Pomo
L’Economist
ha scritto che il Vertice Mondiale sullo Sviluppo Sostenibile, ospitato
dal Governo sudafricano dal 26 agosto al 4 settembre di quest’anno
nel Sandton Convention Center di Johannesburg, può essere
paragonato ad una pietanza – conosciuta con il nome di “bubble-and-squeaks”
– della quale i sudditi di Sua Maestà britannica vanno
ghiotti. Un piatto fatto di avanzi di precedenti svariati pranzi
mescolati tutti assieme e riscaldati; un po’ come le conclusioni
– ha aggiunto il settimanale inglese – “servite”
a Johannesburg e che hanno ripreso le conclusioni raggiunte in altre
conferenze.
Pur nella sua severità, il commento dell’Economist
lascia trasparire un dato non negativo: che il Vertice Mondiale
di Johannesburg non è frutto dell’improvvisazione ma
è stato preparato e alimentato, oltre che dai lavori della
Commissione per lo Sviluppo Sostenibile istituita a Rio, dagl
i
apporti relativi ai cambiamenti di clima, al finanziamento della
cooperazione allo sviluppo e all’accesso al mercato mondiale
dei prodotti provenienti dai Paesi emergenti messi a punto rispettivamente
a Kyoto, a Monterrey e a Doha.
LA PAROLA AL TEMPO
Formulare un giudizio d’insieme su Johannesburg non è
impresa facile. L’esperienza ci insegna, infatti, che i successi
o gli insuccessi dei Vertici dipendono non soltanto dalle solenni
dichiarazioni contenute nelle relative conclusioni quanto, piuttosto,
dalla capacità e dalla volontà dei governi di dare
ad esse concreta attuazione. Capacità e volontà che
a loro volta dipendono dallo stretto rapporto esistente tra i propositi
manifestati e gli strumenti necessari per renderli operanti. In
altri termini, soltanto il tempo potrà dire se i traguardi
temporali e gli obiettivi quantitativi proclamati verranno realizzati
o se, invece, dovranno essere relegati nel già tanto ponderoso
libro dei sogni.
D’altra parte, l’euforia che aveva animato la vigilia
di questa maxi-conferenza, cui hanno partecipato circa ventiduemila
persone, era stata in qualche modo ridimensionata dalla stessa Risoluzione
199 della cinquantacinquesima Assemblea Generale delle Nazioni Unite
del 2000; la quale, partendo dalla constatazione che i target fissati
a Rio nel giugno del 1992 non erano stati affatto raggiunti e che,
anzi, si era dovuto assistere negli ultimi anni ad un aumento del
degrado ambientale e ad un’accentuazione del divario tra Paesi
poveri e Paesi ricchi, aveva affermato che il Vertice Mondiale sullo
Sviluppo Sostenibile avrebbe dovuto fornire l’occasione per
un esame di coscienza collettivo, prendendo come punto di partenza
il “non fatto” delle conclusioni del Vertice Mondiale
sullo Stato della Terra e, in particolare, della sua Agenda 21.
Ciò nella convinzione – si disse sempre in quell’occasione
a New York – che era assolutamente necessario lasciare da
parte le dissertazioni pseudo-filosofiche per concentrarsi, invece,
sull’azione.
DIECI ANNI DI PROBLEMI
Il contesto nel quale si era svolto il Vertice del 1992 era stato
diverso da quello del Vertice del 2002. Dieci anni fa, infatti,
il venire meno delle divisioni ideologiche fra Est ed Ovest, il
superamento del bipolarismo, la fiducia nel libero mercato, l’esaltazione
dello spirito di competizione, il passaggio ad una concezione globale
non circoscritta al campo dell’economia e, anzi, aperta al
dialogo tra le diverse civiltà erano stati tutti fattori
che avevano contribuito a mantenere elevato il livello delle ambizioni
dei governi circa la definizione e la messa in opera di
una
politica dello sviluppo sostenibile internazionalmente concordata
e caratterizzata dalla capacità delle istituzioni statali
e multilaterali di assicurare alle popolazioni del globo una qualità
della vita assolutamente rispettosa delle esigenze delle generazioni
future.
A Johannesburg si respirava un’atmosfera diversa, dopo gli
avvenimenti del settembre del 2001 e l’emergenza di esigenze
prioritarie legate alle minacce del terrorismo internazionale, alla
proliferazione nucleare e alla fabbricazione di armi di distruzione
di massa. Va riconosciuto, tuttavia, che, in una fase tanto delicata
quanto incerta delle vicende del mondo, i governi a Johannesburg,
seppure divisi su molti temi, sono sembrati animati dalla consapevolezza
che i problemi strutturali quali quelli della povertà, dei
modelli di consumo e di produzione e della biodiversità possano
essere risolti soltanto attraverso azioni aventi i caratteri dell’immediatezza,
della durata nel tempo, della mobilitazione di flussi finanziari
adeguati e, sopra tutto, mirate.
Al Vertice è stata elaborata una nozione piuttosto articolata
dello sviluppo sostenibile: nel senso che ogni azione, per quanto
specifica, deve sempre essere collocata in un contesto che tenga
conto di tutte le interdipendenze e delle conseguenze, quindi, che
essa può avere sul trasferimento delle tecnologie, sull’educazione,
sulla scienza, sui consumi, sui valori culturali ecc. Da questo
punto di vista basti pensare all’importanza assunta nel corso
dei lavori del Vertice dai cosiddetti temi trasversali (cross sectorial
issues).
SVILUPPO SOSTENIBILE PARTECIPATO
Una valutazione critica dei due testi usciti da Johannesburg –
la Dichiarazione Politica sullo Sviluppo Sostenibile e il Piano
di Implementazione – appare particolarmente utile. Non va
dimenticato, tuttavia, che, rispetto a Rio, diversi passi in avanti
sono stati compiuti sotto un quadruplice punto di vista.
Anzi tutto, la partecipazione ai lavori dei rappresentanti della
società civile - circa ottomila persone - è stata
importante e la circostanza che nelle sessioni plenarie abbiano
potuto manifestare i loro punti di vista esponenti delle Organizzazioni
Non Governative, dei movimenti femminili e di protezione dell’infanzia,
della cultura e della scienza, e delle parti sociali ha acquistato
un significato ben preciso: quello, cioè, che in un mondo
globalizzato e di fronte alle sfide che ci attendono l’azione
degli Stati rivela tutti i suoi limiti e anche tutti i suoi difetti.
Inoltre, il coinvolgimento del mondo degli affari in diverse iniziative
di partenariato ha aperto nuove prospettive verso una concezione
dello sviluppo sostenibile maggiormente “partecipato”.
Basti pensare, al riguardo, che ben 220 partenariati, comportanti
investimenti per 235 milioni di dollari erano già stati concordati
durante i lavori preparatori del Vertice e che altri 60 erano stati
annunciati nel corso delle plenarie.
In secondo luogo, all’affievolimento di una visione statocentrica
dello sviluppo sostenibile ha fatto riscontro il rafforzamento del
multilareralismo e, in questo quadro, il ruolo propositivo e d’impulso
delle Nazioni Unite ha finito coll’acquistare un’importanza
tutt’altro che secondaria. Va ricordato, al riguardo, che
nel maggio scorso lo stesso Kofi Annan , facendosi promotore della
cosiddetta “WEHAB Initiative”, aveva indicato nei cinque
temi dell’acqua e dei servizi sanitari, dell’energia,
della salute e dell’ambiente, dell’agricoltura e della
biodiversità accompagnata dalla gestione dell’ecosistema,
gli argomenti centrali dell’imminente Vertice Mondiale.
In terzo luogo, nei lavori di Johannesburg e a differenza di quelli
di Rio, è sempre stato tenuto costantemente presente il rapporto
di dipendenza reciproca fra “i tre pilastri dello sviluppo
sostenibile”. La circostanza che in quella sede gli aspetti
ambientali, predominanti nelle discussioni di dieci anni fa, siano
stati integrati con quelli sia economici che sociali è indicativo
di quanto abbia evoluto in un lasso di tempo relativamente contenuto
la nozione stessa di sviluppo sostenibile.
Infine, la scelta di Johannesburg come sede del Vertice Mondiale
ha contribuito a mettere in evidenza la gravità dei problemi
ambientali, economici e sociali che il continente africano si trova
a dovere affrontare, con particolare riguardo all’impatto
che sul tenore di vita delle relative popolazioni vengono ad avere
le malattie, l’insufficiente alimentazione e la desertificazione.
PROBLEMI E SVILUPPO
La Dichiarazione Politica mette in evidenza le sfide con le quali
l’umanità del ventunesimo secolo è confrontata
e conferma l’impegno dei governi ad attuare uno sviluppo sostenibile
sottolineando nel contempo l’importanza di un approccio multilaterale
ai relativi problemi. In particolare:
- sottolinea la necessità di creare una società globale
umana, equa, solidale e consapevole che la dignità coinvolge
tutti gli esseri umani;
fa riferimento ai tre pilastri dello sviluppo sostenibile e, in
questo quadro, al comune risoluto sentire circa la lotta contro
la povertà, la modifica dei modelli del consumo e della produzione
e la protezione e la corretta gestione delle risorse naturali di
base;
- evoca le attuali più importanti sfide da raccogliere quali
l’aumento del divario fra ricchi e poveri, la desertificazione,
le diverse forme di inquinamento, la perdita progressiva della biodiversità,
i benefici e i costi della globalizzazione e l’affievolimento
della fiducia nei sistemi democratici;
- auspica lo sviluppo del dialogo e della cooperazione fra tutte
le civiltà;
- ritiene utili le decisioni sugli obiettivi quantitativi, sulle
scadenze temporali e sui partenariati;
- riafferma l’importanza del ruolo delle donne nelle diverse
società civili e di quello, definito vitale, delle popolazioni
indigene.
IL PIANO DI IMPLEMENTAZIONE
L’altro documento uscito da Johannesburg – il Piano
di Implementazione – consta di dieci capitoli e si ispira,
come dice l’introduzione generale, alla necessità di
realizzare progressi in termini di buon governo, di pace, di sicurezza
e di stabilità. Esso ha formato l’oggetto di lunghe
e di defatiganti discussioni volte a raggiungere un consenso certamente
non facile dovendo cercare di mettere d’accordo i rappresentanti
di centonovanta Stati.
Ma ciò che qualifica questo documento – che rappresenta
in un certo qual modo un passo avanti importante rispetto a Rio
– è che, prendendo le mosse dalle conclusioni contenute
nell’Agenda 21, si è voluto andare oltre la riaffermazione
degli obiettivi quantitativi e delle scadenze temporali (in taluni
casi, anzi, sia gli uni che le altre hanno subito un “miglioramento”)
procedendo all’indicazione di misure specifiche accompagnate
dai relativi impegni finanziari. Si ricordano, ad esempio e per
quanto riguarda il settore dell’acqua e dei servizi sanitari,
gli annunci degli Stati Uniti d’America di investimenti per
970 milioni di dollari, quelli dell’Unione Europea per il
programma “Water for Life” volto a sviluppare, assieme
ad altri partner, progetti in Africa e in Asia Centrale e quelli,
ancora, dell’ Asian Development Bank per uno stanziamento
di 500 milioni di dollari volti a sviluppare progetti in città
asiatiche.
La lotta contro la povertà; il cambiamento nei modelli di
consumo e di produzione; la tutela e la gestione dei prodotti naturali
di base collegate allo sviluppo sociale; lo sviluppo sostenibile
nell’era della globalizzazione; l’impatto della salute
sullo sviluppo sostenibile; lo sviluppo sostenibile in Africa e
nei piccoli Stati insulari; l’importanza di iniziative a livello
regionale; il contesto istituzionale per favorire lo sviluppo sostenibile
sono stati gli argomenti trattati nel corso dei lavori del Vertice
Mondiale soprattutto avendo a mente l’individuazione di misure
operative.
Certamente non sono mancate le divergenze su questioni sia di principio
che di merito.
Fra le prime, il carattere vincolante o meno del principio delle
“responsabilità comuni ma differenziate” degli
Stati quanto ai contributi che essi, nel quadro di una cooperazione
reciproca, sono chiamati a dare per tutelare la salute e l’integrità
dell’ecosistema del nostro pianeta e dell’approccio
“precauzionale”, che impegna gli Stati, in presenza
di rischi di danni serii e irreversibili per l’ambiente, a
non ritardare l’applicazione di misure “cost effectve”
adducendo a scusante la mancanza di certezze scientifiche. Fra le
seconde, la mancata adozione di un “global action plan”
nel settore dell’accesso alle fonti energetiche, la soppressione
di riferimenti ad obiettivi quantitativi nei settori sia dell’accesso
alle energie rinnovabili che della riduzione delle perdite di biodiversità
e l’introduzione di un linguaggio troppo poco cogente per
quanto riguarda il mantenimento o la ricostituzione delle riserve
ittiche.
POVERTA’, SOLIDARIETA’ ENERGIA, SALUTE, BIODIVERSITA’
Nel linguaggio non sempre limpido e, anzi, spesso contorto delle
conclusioni del Piano di Implementazione è possibile cogliere
la direzione lungo la quale si sono svolti i lavori condotti non
soltanto nelle sedute plenarie ma anche e sopra tutto nei diversi
comitati e gruppi di lavoro. E’ possibile, cioè, tirare
le somme di una settimana di negoziati serrati, di compromessi raggiunti
e di tentativi di intesa falliti.
Restringendo questa disamina ai punti più significativi a
cominciare dalla lotta contro la povertà, si osserva che,
oltre alla riconferma degli obiettivi fissati a Rio (entro il 2015
dimezzamento della popolazione che vive con meno di un dollaro al
giorno; entro il 2020 significativo miglioramento della vita di
almeno cento milioni di persone che abitano le catapecchie; dimezzamento
della popolazione che non dispone di acqua potabile), il Vertice
ha sancito l’impegno solenne a ridurre della metà entro
il 2015 la proporzione della popolazione del globo che manca dei
servizi sanitari di base. Impegno che, come già si è
detto, si è concretato in precisi commitments anche da parte
dell’Unione Europea e degli Stati Uniti d’America.
L’annuncio relativo all’istituzione di un Fondo di Solidarietà
rappresenta anch’esso un risultato importante: tanto più
importante se si tiene presente che qualunque idea di creare nuovi
meccanismi era assente dalle intenzioni originarie della maggioranza
dei negoziatori, indirizzate, in primo luogo, a compiere buna revisione
critica dei risultati del Vertice del 1992.
Vale la pena di soffermarsi ancora sul settore dell’energia.
Qui i risultati non sono stati brillanti perché, se, da un
lato, l’accesso di un miliardo di persone a servizi moderni
è stato solennemente sancito, dall’altro, sopra tutto
a causa delle resistenze degli Stati produttori di petrolio, il
proposito di fissare target quantitativi per favorire il ricorso
alle energie eolica, solare, di sfruttamento delle maree ecc. e
per eliminare gli aiuti non compatibili con lo sviluppo sostenibile
non ha avuto seguito.
Sempre per quanto riguarda l’energia, nove grandi compagnie
si sono impegnate a sviluppare nei Paesi emergenti progetti per
l’utilizzazione di fonti alternative mentre sia l’Unione
Europea che gli Stati Uniti d’America si sono dichiarati disposti
a intraprendere iniziative di partenariato e finanziarie.
Per quanto riguarda la salute, il Piano prevede da qui al 2020 un
uso dei prodotti chimici tale da non provocare effetti nocivi sulle
persone e nell’ambiente.
Sul fronte della biodiversità, messa a rischio, come è
noto, sopra tutto dai comportamenti umani, gli Stati si sono impegnati
a conseguire, entro il 2010, una riduzione significativa nell’attuale
tasso delle relative perdite e a negoziare regole internazionali
per promuovere e salvaguardare un’equa e corretta ripartizione
dei benefici derivanti dall’utilizzazione delle risorse genetiche.
Sempre nel settore della tutela e della gestione delle risorse naturali
di base, va ricordato, oltre alla biodiversità, il rilievo
assunto dall’annuncio della Russia e del Canada di volere
ratificare il Protocollo di Kyoto. Così come è significativo
il fatto che i rappresentanti della Cina e dell’Estonia abbiano
dedicato il tempo di parola loro concesso in plenaria all’annuncio
dell’avvenuta ratifica del Protocollo.
IL MARE
Una menzione particolare, anche alla luce degli impegni in itinere
o già presi dall’Associazione Marevivo per sviluppare
una più intensa collaborazione tra i Paesi che si affacciano
sul Mediterraneo per favorire lo sviluppo sostenibile, va dedicata
all’insieme delle decisioni adottate a Johannesburg sotto
il capitolo “Oceani”. I principali impegni presi al
riguardo sono stati i seguenti:
- ove possibile, mantenere o ricostituire entro il 2015 le riserve
ittiche impoverite al massimo dei livelli sostenibili di produzione;
- eliminare quei sussidi che favoriscono la pesca illegale o non
regolamentare ovvero sovracapacità;
- attuare il Programma Globale di Azione per la protezione dell’ambiente
marino da azioni basate a terra;
- istituire entro il 2012 una rete rappresentativa di aree marine
protette.
- instaurare entro il 2004 sotto il controllo delle Nazioni Unite
un regolare processo per denunciare e per accertare lo stato dell’ambiente
marino.
NEGOZIARE PER IL FUTURO
L’esame seppure lacunoso e incompleto dei risultati del
Vertice Mondiale di Johannesburg suggerisce una considerazione
finale che nasce spontanea dalla constatazione del ruolo di un
sistema di governance multilaterale per favorire in un mondo globalizzato
lo sviluppo sostenibile. In questo contesto assume importanza
il rafforzamento dei compiti della Commissione per lo Sviluppo
Sostenibile e, quindi, la definizione del mandato da affidarle
per sollecitare, per verificare e per controllare l’attuazione
delle direttive, delle raccomandazioni e delle decisioni adottate.
Ciò che è importante non è soltanto un maggiore
coinvolgimento degli Stati nell’assolvimento di impegni
tanto decisivi per il destino dell’umanità e di favorire
l’accresciuta cooperazione delle Agenzie delle Nazioni Unite,
delle agenzie regionali, delle Organizzazioni Non Governative
e della società civile. Si tratta altresì, come
è stato intelligentemente scritto, di interrogarsi circa
“l’utilità – o la futilità –
di negoziare per il solo gusto di negoziare”: ne vanno di
mezzo i destini dell’umanità tutta intera, non soltanto
di quella cui apparteniamo ma anche di quella delle generazioni
che ci seguiranno.