LA FOCA MONACA DEL MEDITERRANEO
disegni di Massimo D'Adamo

CLASSIFICAZIONE:  
Nome scientifico: Monachus monachus
Classe: Mammalia
Ordine: Carnivora
Famiglia: Phocidae

DISTRIBUZIONE:
La foca monaca del Mediterraneo (Monachus monachus) è una delle tre specie di foche monache appartenenti al genere; le altre due specie sono la foca monaca delle Hawaii (Monachus schauinslandi) che sopravvive con circa 1.400 esemplari e la foca monaca dei Carabi (Monachus tropicalis) ormai praticamente estinta. Non restano che circa 500 esemplari di foca monaca. La specie è distribuita nel Mediterraneo e lungo la costa nord-occidentale dell’Africa con nuclei assai ridotti di individui, spesso isolati fra loro. Alcuni si trovano lungo la costa atlantica del Marocco e della Mauritania, altri sono sparsi nel Mediterraneo e alcuni si spingono fino al Mar Nero. In realtà, l’unico nucleo consistente, ovvero formato da circa 300 individui, si trova nei mari della Grecia e lungo la costa della Turchia. Occasionalmente vengono avvistati individui in dispersione lungo le coste di quasi tutti i Paesi mediterranei. Fino agli anni ‘70 questo pinnipede era presente in Sardegna, in Sicilia, nelle isole Tremiti e nell’Arcipelago toscano. La foca monaca del Mediterraneo è oggi considerata uno dei mammiferi marini maggiormente a rischio di estinzione, inserita nella lista CITES delle specie in pericolo e classificata nella lista rossa dell’ IUCN (Unione Mondiale per la Conservazione della Natura) come gravemente minacciata.

STRATEGIE DI SOPRAVVIVENZA:
Posta fin dai tempi dell’antica Grecia sotto l’attenta protezione di Apollo e Poseidone e segnalata nelle antiche carte geografiche del Mediterraneo, la foca monaca viene chiamata anche “bue marino”, un antico nome dal quale deriva il toponimo di alcuni bellissimi luoghi della nostra penisola, testimonianza della remota e diffusa presenza di questo mammifero lungo le coste italiane, dove nelle calde e assolate spiagge si fermava per riposare e partorire. La “Grotta del Bue Marino” nel Golfo di Orosei in Sardegna e l’omonima grotta nell’Isola di S. Domino – la più estesa delle Isole Tremiti – rappresentano solo alcuni dei siti italiani anticamente frequentati da questa specie. Le foche monache sono osservabili solo raramente nei nostri mari: si tratta di individui isolati ed erratici che si rifugiano all’interno delle grotte marine per cercare protezione: molti zoologi ritengono che questa singolare abitudine - caso unico tra i mammiferi marini – rappresenti un recente adattamento della specie che, a partire dal XIX secolo, per logiche ragioni di conservazione, ha scelto rifugi più sicuri e lontani dalla crescente e invasiva presenza dell’uomo. Sono proprio le molteplici attività umane a rappresentare la maggiore minaccia per la conservazione della specie: l’inquinamento acustico provocato dal costante aumento del traffico marino, il deterioramento dell’habitat e pratiche di pesca non sostenibili sono certamente le principali cause della rarità e della frammentazione delle foche monache del Mar Mediterraneo.

MINACCE ALLA CONSERVAZIONE:
Una delle cause della rapida scomparsa delle foche monache nel Mediterraneo è spesso attribuita alla responsabilità dei pescatori che considerano questo mammifero una vera e propria minaccia per le attività di pesca. Sembra assurdo però che i 10 chili di pesce al giorno, necessari a sfamare un esemplare adulto, possano giustificare il crudele e deliberato massacro subito da questi animali che, attirati dal pesce catturato nelle reti, finiscono spesso impigliati nelle loro maglie e condannati al soffocamento o – peggio ancora – massacrati dai pescatori per il danno arrecato alle reti. Altro fattore altrettanto incidente nel declino della specie è la pressione del turismo lungo le coste e il rumore prodotto dalle barche a motore, soprattutto nella stagione estiva. L’ alterazione e l’inquinamento degli habitat rappresentano dunque due gravi minacce per questa specie, che unite alla rarità ed esiguità delle popolazioni rischiano di provocare un rapido abbassamento della variabilità genetica, che potrebbe causarne la definitiva estinzione.

ARRESTARE UN DECLINO:
La gestione sostenibile del mare, ovvero l’applicazione di norme e leggi che regolino in modo eco-compatibile il rapporto tra l’uomo e il mare, sono l’unica soluzione al lento ma inesorabile declino di questa specie. In Italia la sua protezione è stata promossa già nel 1939 (art. 38 del codice sulla caccia) ma inutilmente, vista la quasi totale assenza di politiche coerenti ed efficaci, in grado di garantire un’adeguata protezione degli habitat. La foca monaca è, infatti, un animale particolarmente sensibile ai disturbi antropici provocati dalle numerose attività umane come ad esempio l’inquinamento acustico e ambientale prodotto dal trasporto marittimo, che hanno via via ridotto drasticamente i luoghi adatti alla sopravvivenza e alla riproduzione. Anche i devastanti e progressivi cambiamenti climatici che oggi si verificano in tutto il pianeta, rappresentano un ulteriore fattore di minaccia in quanto i piccoli di foca nascono, anziché alla fine della primavera, in estate inoltrata ed essendo ancora poco sviluppati circa un terzo dei cuccioli rischia di soccombere alla furia del mare durante le mareggiate autunnali. Solo la creazione di una rete di nuove aree marine protette, unita ad una seria e coerente gestione del mare e delle sue risorse potranno garantire la sopravvivenza e lo spostamento degli individui ancora presenti nel Mediterraneo, così da rallentarne e forse scongiurarne l’estinzione. L’esperienza di Turchia, Grecia e Portogallo dimostra che è possibile sviluppare progetti di pesca sostenibile turismo non invasivo, i cui primi beneficiari potranno essere gli stessi abitanti locali. Le aree marine protette garantiscono, infatti, unitamente alla protezione e valorizzazione dell’ambiente, la ripopolazione degli stock e l’incremento del turismo naturalistico.

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